LA MOSTRA

Dagli anni Sessanta, un efficace slogan dell’Ethiopian Tourism & Hotel Commission vanta i “tredici mesi di sole” che caratterizzerebbero l’Etiopia. Il riferimento è all’antico calendario che ancora scandisce la vita liturgica della Chiesa Ortodossa etiopica e che prevede, appunto, accanto ai canonici dodici mesi di trenta giorni, un ulteriore mese, di 5 o 6 giorni a seconda dell’anno. Ma lo slogan evidenzia efficacemente anche la varietà ambientale del Paese, per cui in ognuno di questi mesi, in qualche sua regione, le condizioni sono propizie al turismo.

La varietà ambientale dell’Etiopia deriva in primis da un’orografia caratterizzata da sbalzi altitudinali spesso estremi, frutto di una travagliata vicenda geologica legata all’origine della Rift Valley, del Mar Rosso e ai connessi fenomeni tettonici e vulcanici. In Etiopia infatti si può -spesso rapidamente- passare dalle regioni di bassopiano o, addirittura, dalla depressione dell’Afar, che supera i 100 metri sotto il livello del mare, agli oltre 2.000 m dell’altopiano, con i picchi del Semien, nel Nord, che toccano i 4.550 metri.


Alle differenze di altitudine si associa poi un regime climatico monsonico, caratterizzato da un’accentuata stagionalità. La combinazione di tali condizioni crea tante nicchie ecologiche che spiegano l’estrema varietà ambientale, di fauna e di flora di questa regione. Nell’arco di distanze limitate si possono attraversare tantissimi ambienti diversi, che hanno favorito l’adozione di sistemi economici diversi da parte delle popolazioni che hanno abitato e abitano l’Etiopia, contribuendo alla loro differenziazione culturale. Ma la differenziata distribuzione delle risorse ha però da sempre favorito anche gli spostamenti stagionali e l’interazione tra le diverse popolazioni, che spesso dipendono strettamente le une dalle altre, avendo sviluppato sistemi economici complementari e sinergici. La bellezza dell’Etiopia, ambientale e culturale, risiede proprio in questa estrema differenziazione e nella connessa unitarietà che al di là di essa si coglie.

Nell’antichità, nei cui periodi più lontani l’Etiopia è stata la culla dell’umanità attuale proprio grazie alle tante risorse minerali, animali e vegetali che le sue diversissime parti offrono, la regione ha rivestito un ruolo centrale nelle reti di scambi sulle lunghe distanze, fornendo per secoli avorio, resine aromatiche, ebano e oro al resto del mondo antico. Per questo motivo l’Etiopia e le altre regioni del Mar Rosso meridionale erano al centro dell’interesse e dell’immaginario degli antichi, essendo spesso dipinte come terre amate e frequentate dagli dei. Dopo alcuni secoli di oblio, in cui solo rare eco della regione e delle sue genti giungevano in Europa, trasfigurate nelle descrizioni del favoloso e potente regno del Prete Gianni, lo scrigno delle bellezze etiopiche si è nuovamente e gradualmente dischiuso a partire dal XVI secolo. Inizia allora l’epoca dei viaggiatori e in seguito degli esploratori, che rappresenta poi la base anche per la conoscenza scientifica della regione.

Questa mostra vuole appunto seguire in un viaggio immaginario alcuni degli esploratori che maggiormente hanno contribuito alla conoscenza dell’Etiopia, cercando di far rivivere al visitatore il sentimento di meraviglia che spesso traspare dalle pagine che ci hanno lasciato. Proprio partendo dalle descrizioni contenute in alcune loro opere, le cui edizioni -spesso di gran pregio- sono conservate presso la Biblioteca della Società Geografica, la ricchezza ambientale e culturale dell’Etiopia sarà evocata da bellissime fotografie e filmati di Carlo e Marcella Franchini, da numerosi oggetti etnografici e reperti zoologici della prestigiosa collezione del Museo di Storia Naturale di Verona.

Senza la pretesa di far raggiungere al visitatore un tale livello di interiorizzazione dell’esperienza Etiopia, l’auspicio è che, grazie alla molteplicità dei documenti, degli oggetti e delle immagini qui presentati, si possa almeno apprezzare la ricchezza rappresentata dagli ambienti e delle culture del Paese, le loro millenarie radici, la sinergia sistemica tra diversi che lo caratterizza, riservandosi magari un ulteriore approfondimento dell’esperienza grazie a un viaggio, questa volta reale, in questa terra di varietà e bellezza.


Andrea Manzo